Una bolla. (Leggendo “La caduta” di Diogo Mainardi.)

 

Una bolla. Chiusa a chiave.

Quando penso a certi episodi della vita mi capita di non ricordarne nitidamente i contorni. Come se la memoria, di solito buona, li avesse ovattati, o scagliati in una profondità innaturale, per cui, paradossalmente, emergono particolari inutili – un vestito, una frase, un gesto di vent’anni fa – e affondano elementi rilevanti.

Riposano, in una bolla chiusa a chiave.

Pochi mesi fa ho letto quel bellissimo libro che è “La caduta” di Diogo Mainardi.

Era l’inizio di gennaio, un inverno mite alla finestra e, pagina dopo pagina mi lasciavo prendere dal calore di ogni frase, ogni parola che pesavo ed aveva la forza di un macigno, denso ma bello, e lieve, pur scavato nell’abisso del dolore.

Ad un certo punto mi sono fissata su un’immagine in una pagina del libro. Fissavo e pensavo a dove l’avevo già vista. Una scossa improvvisa, come un risveglio.

La bolla, aperta.

Guardavo quell’immagine ed ero lì, tre, quasi quattro anni fa, una vita, un mondo diverso che ho assorbito male, rigettato.

Un caso “delicato”. La scuola primaria, un sostegno.

La paura, il senso di inadeguatezza. Gli occhi di W. Fissi nei miei.

La mia superbia che si infrange contro la mia incapacità.

W. ha gli occhi che parlano. Lei non parla. Lei si muove a malapena.

“Un vegetale” dicono, quelli che non capiscono nulla. W. ha avuto una paralisi cerebrale.

E tu devi insegnare, dedicarti a qualcosa, a qualcuno che non conosci. Non conosci lei, non sai più chi sei veramente.

Lei ride. Capisce, ti guarda.

E spesso ti sbava sulla mano. I primi giorni hai paura, ma poi lavori, ti scoraggi, ridi, ti immergi in quel mondo e quando è finita piangi.

Vorresti non lasciarla mai.

Ma il lavoro è finito e lei avrà un’altra insegnante, più specializzata, sicuramente più brava.

E tu sei già lì che pensi ad altro.

E ora che sono passati tre, quasi quattro anni, sei lì che leggi “La caduta” e senti che tu hai sfiorato quello che da fuori è solo dolore, che dentro è anche gioia, grande.

Tu non sei più quella che eri, sei passata attraverso la caduta e ti ha fatto crescere ma l’hai dimenticata.

Sono passati molti giorni e non ti sei più fatta sentire, non sai nulla di lei, se è cresciuta, se ha imparato quel che tu hai tentato, forse fallito.

All’ultima pagina del libro avevo un nodo in gola. Sentivo che la bolla era aperta, i ricordi liberi, facevano male.

Ho preso il telefono e ho mandato un messaggio.

“Sono Manuela, è da tanto tempo che non mi faccio sentire. Come state?”

La madre risponde immediatamente.

Organizza un incontro.

Sono andata a trovarla, impacciata come un fidanzatino al primo appuntamento. Un regalo nella borsa – cosa regali a una bambina di dieci anni che non conosci più? – e tanta paura.

Era l’ora della merenda e quando sua madre ha aperto la porta e l’ho vista ho capito perché ero lì.

In un attimo, la bolla scoppiata, la mia caduta compiuta, gli anni di insegnamento che pesavano come macigni sulla mia scarsa competenza umana.

W. sorrideva, seduta. Raggiante.

Abbiamo mangiato, scherzato, osservato i suoi quaderni.

Per tutto il tempo mi ha guardato.

Sua madre ha tirato fuori una foto di quattro anni fa, siamo noi due, ridiamo. La foto era molto impolverata.

Continua a guardarmi con curiosità. Devo andare.

 

Quando sono tornata, un tramonto freddo illuminava la strada di casa, le montagne.

Ero stranamente felice.

Ho preso il libro dimenticato distrattamente sul divano e l’ho sistemato nella libreria.

So che non mi ha riconosciuto. Ma a me è bastato riconoscere quei giorni, in lei.

“Saper cadere ha molto più valore che saper camminare” D. Mainardi, “La caduta”, Einaudi, 2013

Passioni.

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L’altro giorno ero seduta in una stanza piena di sole e ho pensato alla passione.

Ascoltavo, poco distante, il discorso tra due donne che, con fare concitato, parlavano, forse del figlio di una delle due.

“Gli manca la passione” diceva, una delle due.

L’altra, con fare secco e pragmatico: “Cosa vuoi che conti, la passione, oggi. L’importante è che arrivi al diploma. L’importante che stia bene.”

Ascoltavo e mi chiedevo se fosse più triste questo ragazzo senza passione o il fatto che la passione non contasse nulla. Pensavo e non ne venivo a capo e mi chiedevo cosa fosse, in realtà, quella passione, se non si fossero sbagliate tutte e due.

Se la passione sia una cosa che si impari col tempo.

Se sia un trascurabile accidente.

Passione, dal Greco antico πάθος (pàthos - sofferenza, passività) è da sempre termine connesso al dolore. Un piacere separato dal patire in modo sottile, labile.

Ascoltavo e non capivo, forse perché ho passato una vita ad appassionarmi anche alle cose più inutili, semplici e stupide e pensavo che forse stava lì il segreto. Forse non mi è mai servito a nulla, ho perso tempo.

Ascoltavo e le voci erano sempre più lontane e nella testa si inanellavano pensieri e passioni, come quella volta che, oppure quell’altra in cui, o ancora un’altra per cui. Sorridevo.

La passione come una lente, un nodo, una spina, correva come un improbabile film nella mia testa.

Come quella volta che una ragazzina, dal nulla, mi disse “lei è appassionata” e io le dissi “grazie, che parola bella, non so se me la merito”.

Ho smesso di ascoltare, si era fatto tardi.

La stanza era piena di una luce arancione e a me batteva il cuore. Forte.

La giacca arancione di una delle due signore si fondeva con i raggi del tramonto, un’idea di calore.

Mi sono alzata, contenta che avessero torto.

Vanità

Stamattina, mentre spiegavo un sonetto di Petrarca, mi ballava in testa la parola vanità.
“Tutto è vano”, dicevo, ma mentre lo dicevo pensavo che forse anche le mie parole, in quel momento, un giovedì di sole dopo tanti giorni di pioggia, fosse qualche cosa di inutile.
Subito dopo pranzo sono salita per una stradina in collina da cui si vede tutto. Montagne, città, anche il brutto che la deturpa.
C’era un’aria chiara, camminavo e il sole illuminava la mia pelle scoperta, pallida, quasi stupita di tanto sole, tutto insieme.
Lungo la strada ho osservato i muri. Quelli al sole, come impolverati, brillavano di un arancione vivo, quelli all’ombra avevano la bellezza delle cose che rimangono nascoste, come in attesa.
Poi c’erano le porte. Le porte piccole, i portoni, le porte sbarrate, quelle che non apre più nessuno. Le porte chiuse che parlano di passato.
Nel primo pomeriggio ho partecipato a una riunione e mi sono meravigliata di quanto le persone riescano a parlare di obiettivi e percorsi, di progetti, senza stancarsi mai.
Quante parole nell’aria. Ho ascoltato per un po’, guardavo le braccia sbracciarsi, i volti contrarsi nell’emozione e nel disappunto.
Io li guardavo e pensavo alle porte chiuse, a quanto l’importante sia relativo.
La vanità delle parole come una scheggia nella carne, un fastidio.
Quando sono uscita era tardi, il sole era ormai tramontato.
Ho messo in moto e alla radio c’era un tipo che raccontava di Pietro Aretino che pare sia morto per una risata.
Mi sono addentrata nel traffico, in perenne riserva.

Come una ciambella. (Pensieri sparsi sul reale o il surreale.)

Oggi pomeriggio mi aggiravo distratta tra gli scaffali del supermercato – senza liste, senza carrello – quando l’occhio è stato attirato dalla presenza, che non ricordavo da anni, di una merendina, una ciambella che andava fortissimo negli Anni Ottanta, compagna assidua nei miei intervalli alle Elementari.

Mi fermo, fisso l’articolo – la grafica uguale – e ripenso immediatamente alle volte in cui, da bambina, sperimentai il brivido del soffocamento aspirando lo zucchero a velo dalla sua superficie. Un’apnea improvvisa, la tosse, la complessa gestione del dolce, la bocca sporca fino al naso, inesorabilmente.

Mentre io gioco a fare Proust non mi accorgo della commessa che mi guarda stupita e mi chiede se ho bisogno di qualcosa.

“Niente, grazie” dico, ma so che arrossisco in modo evidente.

Se solo potessi spiegarle, di certo non capirebbe.

Una persona, pochi giorni fa, mi ha detto: “Ultimamente pensi sempre al passato”. Io le ho risposto che non è proprio così, che cerco di vivere il presente nel modo più oggettivo possibile, che, in fondo, non è colpa mia se i ricordi mi vengono a cercare nei momenti più inopportuni. (“Sono una donna medievale forse, non ho prospettiva storica.” Ma questo non l’ho detto, avrebbe complicato inutilmente la conversazione.)

Crescono certi pensieri e si muovono nei contesti più vari.

Ieri stavo interrogando e ho domandato chi fossero “Le donne dello schermo” per Dante e, prima ancora di ricevere la risposta, ripensavo a quante volte mi fossi sentita dalla parte di queste donne, immaginandone la forma, il sentire, a dispetto di una Beatrice così ideale da risultare antipatica, ma poi mi sono ricomposta e sono tornata nel mio ruolo, seria.

L’oggettività, che gran cosa.

Rincorrerla, uno sforzo incredibile. Un lavoro quotidiano di impegno e abnegazione, ma sul più bello c’è sempre lo zucchero di una ciambella che rovina tutto. Un attimo, il fiato corto, il cuore che batte all’impazzata, pensieri sparsi che invadono il reale, lo sporcano fino al naso.

C’è che la realtà ha un’anima complessa, e in questa complessità ci sono tutta dentro, a piedi uniti, incantata davanti agli scaffali del supermercato, in una sera di febbraio.

“… la realtà ha un’anima, la realtà è consapevole di sé stessa e di noi, e oltretutto non è impressionata da noi o dai nostri tentativi di vederla. A dirla tutta, la vediamo tutto il tempo e non ce ne rendiamo conto, forse non siamo in grado. In un certo senso è come l’amore.” (da Percival Everett, Glifo, Nutrimenti, ed. italiana 2007, che ho letto da poco ed è un libro bellissimo.)

Andrà tutto bene. (Un gennaio qualunque).

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Guardo fuori dalla finestra. Nevica piano.

Un gennaio quasi tiepido, ecco la sua conclusione, a farci capire dove siamo, come.

Improvviso, come certi sogni o certe immagini mentali, un ricordo è nitido, davanti agli occhi.

Gennaio, un giorno freddo ma non nevoso, di tanti anni fa.

Ho i capelli corti, il fiato corto, un paio di pantaloni neri. Velluto.

Mia sorella ha una Punto verde e dice che devo fare in fretta, che non ha tempo per portarmi alla stazione.

Passiamo dei giorni pessimi, è successo qualcosa che ha minato la nostra serenità.

Ci è successo qualcosa di spiacevole, ma tutto continua come se niente fosse. Forse più veloce.

Mia sorella mi porta alla stazione, io guardo dal finestrino ed è tutto confuso.

Sono pallida, ho il viso scavato, ho paura. Paradossalmente della cosa più semplice.

Oggi darò il mio primo esame, “Linguistica generale”. Il primo esame che in realtà è il secondo. “Geografia economica”, scritto, è stato un esame anomalo, quando mi sono alzata ho detto “Tutto qui?”.

Quindi questo è il primo. Mi tormento le mani.

Ho studiato, ma poi ho pensato che non ce l’avrei fatta, troppi pensieri, troppa paura che la vita non sia più come prima.

Ma ho studiato.

E son salita su quel treno.

Quattro fermate, nel bianco immobile dell’inverno delle mie parti, una paralisi del colore. C’è una persona che conosco, sul treno, parliamo, mi distrae da me – mi stupisco come a distanza di anni ricordi certi dettagli, ribadisco, la mia mente è piena di ricordi inutili – continuo a tremare, nonostante il riscaldamento.

E’ un giorno qualunque di gennaio. Non per me.

Fa più freddo dentro che fuori.

Percorrendo a piedi il tragitto fino all’Università – portici bianchi del periodo post festivo, un lucido abbandono al grigio cittadino – penso che forse avrei fatto meglio a starmene a casa, che abbiamo bisogno di stare insieme, che dobbiamo agire uniti e invece io sono lì, a pensare al mio esame, piccola egoista.

Mia madre mi ha detto: “Va’, va’”, e sembrava irritata, ma voleva solo che facessi quel che era giusto.

Arrivo all’esame con largo anticipo.

La Professoressa è una donna comprensiva, accompagna fuori una ragazza che aveva sbagliato tutto, le dice: “Prenda un po’ d’aria”.

Io non respiro. Ho diciannove anni e tutto sta cambiando. Il mio stato di infanzia prolungata si è definitivamente concluso in questi giorni di gennaio.

Parlo piano, scandisco bene le parole. Fonemi, alfabeto IPA, Langue e Parole, tema e rema, fonemi, semantemi. Perfetto.

Ho i capelli corti, il fiato corto, un paio di pantaloni neri e un trenta sul libretto.

La vita mi sembra un po’ più morbida uscendo da quella stanza. Velluto.

Tornare a casa come una fitta al cuore, decido di prolungare il mio piccolo momento felice camminando ancora un po’ in quella fredda città che sto imparando ad amare.

Telefono a casa. “E’ andata bene” dico. Mia madre risponde: “Lo sapevo”.

“Andrà tutto bene” mormoro tra le labbra strette, sfregando le mani bianche di freddo.

Passiamo dei giorni pessimi, ma andrà tutto bene.

Fuori, oggi, in un altro gennaio qualunque, continua a nevicare, piano.

Ho i capelli lunghi, una maglia pesante, guardo oltre la finestra e rivedo la me di quel giorno.

Se provassi ad appoggiare l’orecchio al vetro potrei sentirla, ma la lascio andare.

Un universo di parole sbagliate.

C’è tutto un universo di parole sbagliate.

Non che esistano parole giuste. Esistono parole. Momenti.

L’altro giorno mi hanno chiesto di scrivere una lettera in cui elencare pregi, qualità, motivazione di una persona che conosco da pochissimo.

Dio, che responsabilità.

Fisso il foglio, scrivo. Rileggo. Cancello. Riscrivo. Smetto.

- Mi si dà una fiducia che non merito. – Penso.

Come le volte in cui, puntualmente, quando si fa un regalo, mi si dice: “Scrivi il biglietto, dai, se non lo fai tu.”

Se non lo faccio io è perché i biglietti di solito li leggo, se li leggo li ricordo. Se li ricordo vorrei che le parole fossero belle.

Dare un peso alle parole, cosa che faccio, non faccio abbastanza.

Un po’ di anni fa mi arrivò un regalo con un biglietto che recitava: “Ti auguro una vita tutta in salita.”

In salita, già, come se non fosse già abbastanza faticoso.

Per la stessa occasione ricevetti un bonsai. Verde, piccolo. Un ficus, mi pare.

Il biglietto che lo accompagnava diceva: “Che questa pianta duri quanto il successo che meriti ed avrai.”

Il ficus perse rapidamente tutte le foglie e dopo quindici giorni seccò completamente.

Mia madre lo buttò in un’aiuola, lo dimenticò per un po’ di tempo, in un mese piovoso. Si riprese lentamente, per poi morire in modo definitivo.

Le parole giuste, già.

Poco tempo fa ho trovato una vecchia foto di classe. Mi ha colpito una dedica, che al momento non compresi appieno.

“Alla tenacia silenziosa”, diceva.

Alla tenacia. Silenziosa. A me.

Chi l’ha scritto aveva capito tanto.

Io no.

Resto ancora un po’ davanti a questa lettera, bianca, al foglio muto, e penso che a volte basterebbe un po’ di silenzio in più, dimenticarci di noi, per trovarci.

O perderci del tutto.

Sogni, ricordi inutili. Leggendo Malamud.

“… ma la lingua del cuore è una lingua morta, oppure, quando la parli, nessuno capisce il tuo accento.” (“Il mio colore preferito è il nero” in B. Malamud, “Prima gli idioti”.)

La mia testa è piena di ricordi inutili.

Ricordi piccoli, insignificanti, forse, di quelli che non puoi confrontare con nessuno. Sono lì, ma la memoria collettiva li ha definitivamente schiacciati, omessi nell’ellissi dei giorni tutti uguali, volti al domani. Sembra che solo tu li tenga, come gli scontrini sdruciti nel portafogli.

“Dormivo molto, facevo sogni strani, dettagliatissimi, leggevo dei racconti di Malamud. Era gennaio, di nuovo.” Questo, penso, il ricordo che mi porterò di questo inizio. O forse no.

Ho dormito tanto, è vero. Inspiegabilmente mi sono immersa in un sonno improvviso e inconsueto, per me, il pomeriggio del 31 dicembre, in una Vienna buia e piovosa, ed ho sognato sogni complicatissimi e tormentosi.

Erano sogni difformi, ma al risveglio avevano lasciato qualcosa di buono, come una carezza.

Nel frattempo avevo iniziato a leggere “Prima gli idioti” di Bernard Malamud. Iniziavo i racconti e mi perdevo completamente, incantata da come anche il brutto, descritto in quel modo, potesse diventare meraviglioso.

Ho desiderato essere quella donna delineata come “esemplare discutibile di bellezza femminile, ma la fantasia può abbellire qualsiasi cosa”, e di “piangere con tutto il corpo, come un bambino”, mentre mi commuovevano il negozio vuoto di Sam, “la lingua che giace inutile” del profugo tedesco, la sua “complicata malinconia”, tremando per il freddo con il corvo Schwarz.

Le parole mi permeavano la pelle, le assorbivo rapide e si complicavano al livello del subconscio. Le sognavo, opache, luminose, come i “grossi fiori giallo vivo che luccicavano sull’erba sbiadita nell’aria cupa di novembre.”

C’era una bellezza dolorosa che mi abbracciava i pensieri. Di notte continuavo a galleggiare in situazioni incredibili e confuse, poi, quando mi svegliavo, avevo addosso una strana nostalgia.

Una nostalgia del presente, della solitudine.

“Che cosa straordinaria il presente – pensò. Nel presente, una persona è ciò che sta diventando, non ciò che è stata. [...] Il passato creava difficoltà solo se glielo si permetteva. La gente ne aveva paura perché pensava condizionasse il futuro.”

Dormivo dei sonni profondissimi, come gli animali in letargo, leggevo dei racconti di Malamud, ne vivevo la bellezza nel dolore. Sognavo. Mi risvegliava la malinconia. Era gennaio, di nuovo.

Chissà se me ne ricorderò.

Post non post.

Avrei voluto scrivere un grande post di fine anno. Tipo “fine duemilatredici, il post più bello, il migliore”.

Si dà il caso che io e il tempismo non siamo proprio amici fraterni e non perde occasione per farmelo notare.

Sono sempre dove non vorrei o dove non vorrei volere, scrivo per me quando vorrei farlo per altri, raggiungo traguardi a gara non ancora conclusa, o mai iniziata.

Allora il post più eclatante del 2013 lo lascio al prossimo anno, con la solita scelta pessima del momento adatto.

E scrivo in questa sera di dicembre, qui, in mutande, e non so nemmeno cosa, e fa freddo e dovrei vestirmi e invece ripenso ai giorni, alle parole, ai silenzi.

Un anno come una parentesi che avvolge il corpo e la mente e, lento, rapido, ci trasforma, ci muove.

Questo duemilatredici mi ha reso un po’ più vera. O forse no.

Ma non faccio bilanci.

Perché, in fondo, a me gli ultimi giorni dell’anno mica son mai piaciuti.

Un buon anno. A tutti.

“Le persone sono corpo, massa e raffiche di idee incontrollabili.” Stanno tutti bene tranne me.

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Le persone sono corpo, massa e raffiche di idee incontrollabili.” L. Brancaccio – Stanno tutti bene tranne me.

Un giovedì di novembre.

Un pomeriggio strano. Una telefonata inattesa, tensioni, nodi burocratici ed incombenze. Dubbi sospesi.

Una chiavetta persa, il lavoro di anni, le foto dell’ultima vacanza in balìa di qualche mano sconosciuta, altrove.

Una pila di compiti da correggere grida vendetta dalla scrivania. Un freddo acuto mi prende alle braccia, al viso. Dovrei vestirmi di più.

Invece di lavorare prendo in mano quel libro.

Mi sono ripromessa di non leggerlo subito. Ho finito da poco “Dieci dicembre” di George Saunders (Minimum Fax, 2013) e ne sono ancora invaghita, presa, sorpresa. Mi manca. (Chissà se riuscirò a scriverne qualcosa, mi ronza nella testa da giorni ma non ho le parole, non quelle che vorrei.)

Poi invece lascio definitivamente il compito che ho tra le mani. Inizio a leggere.

“Stanno tutti bene tranne me”, di Luisa Brancaccio.

Quando l’ho acquistato non sapevo bene cosa mi aspettasse, mi suonava particolarmente familiare il titolo.

Stanno tutti bene. Tranne me. (Quante volte l’ho pensato, presa da me soltanto.)

Poche pagine e sono lì, con Margherita, ne immagino il viso, i gesti lenti, la fame di sonno e di realtà oltre l’apparenza, le storie che si intrecciano alla sua, la difficoltà del quotidiano. Immagino lo psicanalista, i cani, i figli e i mariti, gli orti, il dolore. Questo lo sento direttamente sulla pelle. Si tocca, si accarezza. Un pugno nello stomaco. Un dolore così “normale” (“Il dolore è come deve essere, sordo e pulsante, come di ossa rotte”) che traspare dalle pagine e potrebbe essere tuo. Lo vivi. Distrugge e si può superare, si tira fuori e si libera, diventando altro da sé, qualcosa di nuovo, vitale.

Le parole trascorrono veloci e mi prendono nel vortice, ed è una morsa fisica. Alcune immagini si appiccicano addosso, vischiose, ed altre scivolano leggere come le foglie che si agitano, in giardino, in una notte di luna piena (ed io son sulla panchina con ragazza, cane e psicanalista).

Continuo a leggere, mi fermo. Ad un certo punto anche io mi spezzo, a metà, con Margherita.

Ho le mani fredde, tremo, dovrei mettermi una maglia, ma la forza di una scrittura così potente, forte e delicatissima insieme, mi impedisce di smettere, nonostante sia sola in casa e debba finire delle cose al più presto.

Il pomeriggio è ancora lì, grigio e silenzioso, liquido come mercurio.”

Le parole sono lì, le vedi, le puoi sentire. Dicono tutto.

Mi toccano, lambiscono i pensieri, colpiscono come schiaffi.

Pensare. Ricapitolare tutta la felicità dissolta nella vita quotidiana.”

Ed io continuo a seguire l’oscillare di queste vicende, il loro sfiorarsi tra la normalità e l’abisso.

Quando arrivo all’ultima pagina so già che mi stanno mancando anche queste storie. Le fisso in un’istantanea, le porto dentro.

Vado a dormire e sto bene, banalmente bene. Ho il cuore che batte forte, la schiena un po’ inarcata, in tensione.

Un po’ di tempo fa parlavo con una persona che mi ha detto: “Non esistono libri tristi. Esistono libri con momenti tristi.”

E spesso sono bellissimi.

                                              

                Luisa Brancaccio, Stanno tutti bene tranne me, Einaudi, 2013.

Dentro. (Il teatro, le mani gelate, la libertà).

prigione

Stamattina, al risveglio, avevo i pensieri pesanti di ogni lunedì.

Mi sono preparata distrattamente, ho pensato che questi pantaloni potessero starmi ancora meglio, che questa espressione facciale era veramente pessima e, mentre stendevo un velo di crema sulle mani, ho sentito il freddo consueto delle estremità, la pelle troppo sensibile.

Uscendo, mi sono goduta il sole nascente che in questi giorni sembra ancora più luminoso, tagliente e mi sono infilata nel traffico mattutino.

Le ore di lezione sono volate dritte verso l’impegno che concludeva la giornata. Uno spettacolo teatrale in carcere.

Come spesso accade, ho affrontato la cosa con un distacco, se non indifferente, forse affrettato.

Arrivati al carcere, mi sono resa conto che non ero mai stata in un luogo simile. Ho iniziato a guardarmi attorno. i ragazzi parlavano, ridevano. Ordinatamente, ci hanno fatto entrare.

All’atto della perquisizione ho visto le facce incredule dei giovani, alcuni mi cercavano con lo sguardo, percepivo se non il fastidio, lo stupore.

Attraverso un cortile assolato e deserto ci troviamo in una sala, un teatro vero e proprio ricavato nei locali della struttura.

Si spengono le luci, entrano gli attori.

Li guardo, incerta su cosa ci aspetterà. Uno spettacolo basato sulla figura di un padre assente.

(Eh).

Un teatro fisico, che scava la battuta ricercando il significato nella mimica e nel movimento.

La musica forte, il ballo. le parole. Li guardo attenta, senza pensieri.

D’un tratto il locale si è fatto molto stretto. E’ mio il corpo che si sente male, a disagio.

Sento freddo, contorco le mani che odorano ancora di crema.

Recitano, ma parlano del loro dolore, che improvvisamente è diventato anche il mio dolore.

Hanno facce che raccontano molto del poco di buono che c’è stato nelle loro vite.

Sono ricordi, impressioni.

- Se ci fossi stato, non credi che le cose per noi sarebbero cambiate? -

L’ultimo attore, prima di uscire di scena, dice, al padre che non tornerà: “Vieni, al mare, questo mare che ci contiene tutti”.

Penso al mare. Spero che non si accendano le luci in quel momento, ho un nodo in gola che non mi scende. La prigione d’un tratto si è fatta ancora più buia, mentre il teatro fa il suo corso ancora una volta.

Quando la sala si illumina, il cuore mi fa uno strano movimento. Il freddo è ovunque: nelle mani, nell’arco della schiena, nelle gambe accavallate che trattengono il calore e il residuo tremore.

In un attimo siamo fuori, dal buio alla luce accecante di un lunedì di novembre. Quasi tiepido, ventoso.

Una brezza fresca ci accarezza il viso, i pensieri.

I ragazzi ridono, tornano a schiamazzare.

Il sangue torna a fluire, a fior di pelle. Assaporo i raggi dorati che mi sfiorano, penso alla libertà, alle prigioni che spesso ci creiamo, da soli, al mare.

Mi guardo riflessa nel vetro di un auto e penso che, in fondo, questi pantaloni non mi stanno niente male.

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