Abilitarsi.

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Ieri mattina mia madre mi telefona, la voce allarmata: “Manuela, ti hanno cercato qui, era una Segreteria, han detto che ti hanno telefonato e tu non hai risposto.” Un tono che nemmeno la Gestapo, ma si sa, l’ansia è una cosa di famiglia.
Controllo, nessuna telefonata.
Ho richiamato io e, dall’altro capo, una vocina mi ha risposto.
“Senta, io ho bisogno di sapere come si è abilitata.”
Voleva un titolo, un concorso, uno straccio di numero con data e voto.
Abilitato, che brutta parola, pensavo, mentre snocciolavo le pratiche che mi avevano portato a sviluppare, anche se non del tutto, quell’aggettivo.
Come se a abilitare all’insegnamento fosse quel pezzo di carta. E non quella volta in cui quel bambino ti ha fatto la cacca sulle scarpe, o quell’altra in cui Lei ha scritto “ciao” col mouse nonostante la tetraparesi spastica, e ti ha sbavato su tutta la manica ma non importava, o quella volta in cui, alla tua prima supplenza con i “Grandi”, ti hanno appeso un poster porno e tu hai continuato a spiegare la Prima Guerra Mondiale come se nulla fosse, o quella volta in cui hai capito di aver involontariamente e irrimediabilmente deluso un gruppo di ragazzi a cui volevi bene, e hai pianto, quando ti sei sentita inadeguata, o quella volta in cui: “prof, abbiamo comprato quei libri perché ci è piaciuto come ce ne ha parlato lei”.

Certo, bisogna studiare, prepararsi, sgobbare, sudare. Ma ci sono cose per cui non ci si abilita mai.

Intanto, mentre il coccodrillo retorico dei giorni passati scorreva nella mia mente, la segretaria rispondeva con un: “Grazie, ma sono ancora molto confusa.”
Forse è vero, non ci si abilita mai abbastanza, non si è mai abbastanza capaci.
Ho chiamato mia madre, per rassicurarla.
Le ho spiegato tutto. Lei naturalmente ha detto “Ah, sì.”
Ma probabilmente non ha capito niente.

Alcune cose (da non fare).

La settimana scorsa ho sostenuto un esame che probabilmente non dovevo dare.

Seduta tra i banchi di una grande aula, tra il disordine generale tipico di un concorso organizzato nella Scuola Italiana – personale impreparato a dare le informazioni richieste, istruzioni contraddittorie, buste piene, buste vuote, un ritardo di quaranta minuti – riflettevo sulla costanza, su quanto fossi diversa dalla prima volta in cui ho affrontato un esame del genere. Forse solo meno giovane, forse solo più rassegnata.

Tra facce giovani e volti meno giovani, chi studiava fino all’ultimo minuto, chi parlava dei suoi titoli, mi chiedevo cosa ci facessi ancora lì, ad aspettare le 42 risposte giuste su 60.

Quando sono uscita il caldo della città esplodeva sull’asfalto, come un anno fa, lo stesso giorno, altro concorso, altra storia.

Poche ore fa ho scritto a una persona a cui probabilmente non dovevo scrivere.

Seduta di fronte alla tastiera, ripetevo le parole che mi ero preparata mentalmente, da giorni, appena prima di dormire. “Mi dispiace, le parole non servono, il tempo.” Ma scrivere a una persona che ha subito una grave perdita è sempre meno facile di come ci immaginiamo.

Guardavo le parole scorrere, cancellavo, aggiungevo, esitavo. Quando ho premuto il tasto “invia” ho chiuso gli occhi.

Stamattina mio nipote si è presentato a casa mia con la bici, la catena bassa, gli occhi dispiaciuti, le mani sporchissime.

Aveva fatto un’impennata che probabilmente non doveva fare.

Ho preso la bici, l’ho capovolta e ho rimesso su la catena, come mi è successo di fare altre mille volte, in un passato che ogni giorno si allontana ma che è più vivo di quello recente.

Mi ha guardato con stupore, come se conoscessi un segreto che, per una forma di pudore, non mi ha chiesto di rivelargli.

Quando siamo rientrati si è mangiato un biscotto come se fosse il più buono del mondo.

“Non sapevo di avere una zia meccanico”, mi ha detto.

“Nemmeno io”.

Intanto il cielo si era fatto più scuro, le nuvole basse.

Quando siamo rientrati gli ho acceso la televisione. C’erano dei pinguini che dipingevano.

Io ho ripreso in mano il libro che stavo leggendo e ho ricominciato dal segno, che forse era la cosa migliore da fare.

“Portati dal vento. 7 racconti tibetani”

Se porti in te una storia da raccontare, allora là non esiste il male.” Proverbio tibetano
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Un po’ di tempo fa, parlando con Alessandra, ho avuto modo di conoscere un bellissimo progetto benefico, nato da un’idea di Laura Dotti e frutto di un lavoro trasversale di collaborazione tra gli studenti dell’Istituto Comprensivo Statale “E. Morosini e B. Savoia” di Milano e gli alunni della “Tashi Orphan School” di Katmandu.
Si tratta di “Portati dal vento. 7 racconti tibetani”, un libro che raccoglie, come piccole perle, antiche leggende della tradizione tibetana, restituendole al lettore con la freschezza di chi è passato indenne alle insidie del tempo e della Storia.
Un modo di far incontrare due culture coinvolgendo i ragazzi delle scuole (che hanno curato anche le belle illustrazioni che accompagnano i racconti) e rendendoli portatori di un messaggio di scambio e di generosità. “Un pezzetto di cultura che non muore – afferma Laura Dotti nella Prefazione – ma si lascia in eredità in un fluire costante.”
Il libro costa 12 euro a copia e il ricavato dell’iniziativa andrà alla “Tashi Boarding School”, in Nepal, dove è garantito vitto e alloggia a più di 140 alunni.
Chi volesse contribuire a questa iniziativa può scrivere a dotti.laura@gmail.com

 

La memoria.

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Qualche giorno fa mi è capitato di sedere in una di quelle grandi sale d’aspetto, in coda, con un numeretto in mano.

Il mattino di un giugno umido e grigio filtrava dalle ampie vetrate dell’ufficio, illuminando i volti della gente agli sportelli, assorta in un brulichio lento, annoiato.

Ero seduta vicino a mia madre, quando è arrivata una donna, una conoscente, che ci ha salutate, volto appannato nel ricordo di qualche episodio infantile.

Si è accomodata accanto a lei, hanno iniziato a parlare. Il tempo, gli acciacchi, convenevoli consueti.

Mi sono presto distratta, cullata dal sonno e dal caldo della sala affollata, scorrendo il dito sullo schermo del telefono, isolandomi.

La donna ha preso a parlare di sua madre.

“Ha novantasette anni e l’altro giorno mi ha detto che il vestito che le avevo consigliato non le piaceva, la faceva sembrare vecchia.

Vive da sola. Si ricorda ancora tutti i nostri compleanni. Ha una memoria…”

Improvvisamente mi sono sorpresa a sorridere, a figurarmi questa ultranovantenne. L’immagine, quasi goffa, faceva quella simpatia un po’ crudele alimentata dalla distanza e me ne sono subito vergognata un po’.

“Pensa che strano” ha continuato la donna “ogni volta che qualcuno parte, per qualsiasi motivo, per la Russia, lei si fa preparare un foglio e detta precisamente il nome, il cognome, l’età e la provenienza di suo fratello Luigi, partito a diciannove anni per la Campagna di Russia, disperso. A volte aggiunge anche com’era vestito il giorno della partenza.

Quando cerchiamo di spiegarle l’inutilità di questo gesto, di dirle che effettivamente, anche se fosse vivo, avrebbe già novantacinque anni, lei si irrita, inquieta, perdendo il sorriso consueto”

“Cosa ne sai,” ribatte “magari ha battuto la testa, ha perso la memoria e non è più riuscito a tornare. Ho il dovere di cercarlo.”

La donna sorride, dice sommessamente che questa cosa, a sua madre, “non è mai andata giù” e io stacco lo sguardo dallo schermo e non so dove guardare.

Il cuore, stretto, nel pensiero di un dolore sconosciuto.

“Magari ha perso la memoria.” Eh.

Penso alla sofferenza di questa donna, al ricordo tenace, al mondo intatto in cui Luigi ha ancora diciannove anni, finché ci sarà qualcuno a pensarlo.

All’inutilità della guerra, alle attese.

Alla memoria.

Nel frattempo, è arrivato il nostro turno.

La fretta delle incombenze ha impresso rapidità ai nostri gesti, ai saluti.

Nel viaggio di ritorno io e mia madre siamo rimaste in silenzio, ma sono sicura che stessimo pensando la stessa cosa.

Fuori, un sole pallido filtrava dalle nuvole spesse, sembrava tutto più verde.

 

 

 

 

Albe.

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Un po’ di giorni fa ho visto l’alba. Era un po’ di tempo che non mi accadeva.

Ero seduta fuori in un cortile di un locale, le candele a scandire i percorsi ghiaiosi del giardino, il profumo di ortensie, la voglia di tornare a casa, ritirarsi, dopo una serata protratta troppo a lungo.

Attorno a un tavolo, gli ultimi deliri degli amici più ubriachi, progetti surreali.

Il fresco sulla pelle stemperava il calore del giorno, sulle spalle nude qualche brivido, l’umidità del giorno più lungo dell’anno, tra i bisbigli della festa che si stava spegnendo e chi continuava a dimenarsi scoordinato al suono di una hit decisamente Anni Novanta.

I miei occhi, fissi sulla luna. Aguzza, luminosa mentre il cielo si faceva di un azzurro irreale, si aggrappava al buio che stava finendo, a me che lo portavo in un pensiero veloce, profondo.

Il vantaggio di certe notti sta proprio nel momento in cui toccano il loro punto più alto, per poi cedere il posto ad una luce impacciata, come chi barcolla cercando un sostegno, un passaggio – “Andiamo a casa?”- o chi si è assopito su un divano al riparo.

Una luce come una piccola sconfitta. Tutto è tornato nitido, lineare, perdendo il mistero che l’aveva reso interessante.

Improvviso, il sonno come un crollo, la luna ormai lontana, un torpore fastidioso, addosso.

Mi si è avvicinato un uomo anziano e mi ha detto: “Cos’ha? Ha gli occhi tristi.”

“Tristi? No, è solo la notte.”

“La notte?” mi guardava allibito.

Mi sono tolta dall’impasse imputando ogni responsabilità al sonno, alla stanchezza accumulata.

Ma sono sicura che non abbia capito niente.

 

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Lunedì.

Stamattina mi sono svegliata tardi.

C’era un cielo pesto che premeva sugli orli della finestra, un cielo che accetto meglio a novembre o in un altro lunedì qualsiasi.

Mi sono vestita in fretta perché avevo incombenze burocratiche da espletare, code da fare, domande assurde da porre.

Ero già in ritardo.

Ho parcheggiato in un posto a pagamento e la macchina per il pagamento era rotta, quindi non ho pagato. Ero dietro a un camioncino dei traslochi e mi sono accorta che era sotto la casa di una famiglia per cui avevo lavorato quattro anni e mi sembrava di aver sempre lavorato bene, poi un giorno basta, non si erano più fatti sentire e io non li avevo più visti e ora lavora un’altra per loro e io mi ero arrabbiata ma poi niente, mi era passata.

(Dopo un po’ passa, sempre.)

Sono scesa e ho attraversato velocemente la strada, mi sono infilata in quell’ufficio e c’era pochissima coda, solo che io mi sono incantata pensando a chissà cosa e quando la signora di uno sportello nascosto ha urlato “avanti” una donna mi ha preso il posto.

Ho compilato tutto, gesti che anno dopo anno si stratificano, si fanno accumulo di esperienza e esistenza, fanno sentire sempre meno, o sempre di più, allontanandoci dall’entusiasmo.

Avevo addosso la sensazione strana di chi passa dal “tutto da fare” al “nulla da fare”, con un senso di stordimento, come nei giorni dopo le sbornie peggiori.

Quando sono uscita mi sono infilata velocemente nel flusso del traffico e della gente. Il camioncino dei traslochi era ancora lì, nella casa nuova che non vedrò.

Un’estate davanti, tutta da decifrare.

Ha iniziato a piovere, in modo lieve e insistente.

Ho messo in moto e sono ripartita.

 

Sul tempo, sui golfini bianchi, sulle ombre.

Ieri ero seduta su una panchina, sotto un albero.

L’ombra delle foglie attraversava lievemente, a tratti, la superficie del muro, muovendosi ritmicamente a causa della brezza.

Ero vicina a mia zia ottantenne, che mi parlava con l’entusiasmo e la serietà che hanno certe persone che sono state giovani molto tempo fa, di quanto fosse ansiosa di vivere ogni istante, di stare con le persone vivaci, assimilandone l’allegria, di godersi gli attimi, senza dover più aspettare.

Parlava e fumava piano, a boccate lente e il fumo usciva da quella bocca raggrinzita, ogni ruga un’emozione di giorni lontani.

Il suo golfino bianco, di lana, odorava di fiori e di buono, come lei, da quando è vivo il mio ricordo.

Aveva le mani calde, ruvide e segnate da tanto lavoro e freddo, eredità di tutta un’esistenza.

Quando ha finito di fumare si è passata un fazzoletto agli angoli della bocca e mi ha guardata.

C’era, improvvisa, una luce diversa nei suoi occhi, come un alone, distante.

Mi ha guardato e, piano, si è avvicinata all’orecchio, chiamandomi con il nome di mia sorella.

“Sono Manuela” ho detto.

“Ah, Manuela, sì, sì” e sembrava un po’ scocciata, tornando completamente in sé.

In quell’attimo, chissà dov’era stata, un viaggio lontano, nei pensieri distantissimi da noi.

L’ombra, intanto, si era fatta un po’ più fredda, inospitale.

“Il tempo passa così in fretta.” Ha detto, ridendo.

In effetti ci chiamavano per il dolce ed era veramente il momento di rientrare.

 

 

 

Un po’ di cose.

Stamattina, mentre andavo al lavoro, c’era un cielo stranissimo. Una nuvola enorme divideva l’orizzonte, lasciando la parte superiore completamente libera, limpida. Grande, minacciosa, la nuvola incombeva sulla terra e sul profilo degli alberi, illuminati da una luce giallastra.

Naturalmente quella era la mia direzione. Ho pensato che inoltrandomi, dentro avrei trovato un temporale spaventoso, ero pronta al peggio.

Al culmine del nero, una nebbia di pioggia fine, fitta.

Poi niente, finito. L’azzurro nebbioso splendeva in una scia dorata, io continuavo a guardare nello specchietto quello spettacolo inconsueto. Metafore, brutte bestie.

Lunedì due ragazze mi si sono avvicinate, con aria furtiva: “Quest’estate vorremmo leggere della poesia. Cose un po’ diverse. Volevamo chiedere a lei.”

Le ho guardate con la faccia stupita, forse anche un po’ stupida, senza capire come riesca a farmi sempre riconoscere.

Non ho il dono del mistero.

Lo dicevano sottovoce, come se si vergognassero. Mi sono sentita una spacciatrice, un po’ improbabile, certo.

L’altro giorno ho dimenticato dove avevo parcheggiato l’auto, ho percorso un lungo marciapiede carica di borse e compiti e libri e scoramenti per poi ricordarmi che l’avevo messa tutta da un’altra parte. Il cielo era grigio, dopo pochi minuti è iniziato a piovere.

Ieri pensavo di non avere più nulla da dire.

Stamattina mentre spiegavo l’Eneide un ragazzo mi ha detto: “Da come ce la racconta sembra quasi un film” e io non sapevo se fosse una critica o un complimento e veramente non lo so ancora. Parlavamo di Eurialo e Niso e Virgilio risuonava nella mia voce così piena d’accento e di cose sentite e risentite, nella penombra della classe che ha visto un altro anno passare.

Un altro ragazzo ha tirato in aria un foulard “Volevo vedere se era attenta” ha detto e io “Hai fatto bene, siamo tutti così bisognosi d’attenzione che neanche lo sai.”

Lui mi ha guardato stranito. “E’ proprio la fine dell’anno”, mi ha detto.

Quando sono risalita in macchina, al posto giusto, c’era un sole che abbagliava.

Sono passata davanti a una panetteria. Ricordo di essermi avvicinata una volta. Di non essere entrata perchè mi sembrava uno di quei negozi di una volta, che sicuramente non avrebbero fatto al caso mio. Due settimane fa deve essere morto il proprietario. Da due settimane la tapparella è abbassata.

Oggi sulla tapparella abbassata era affisso “Cedesi attività”.

Ho attraversato le strade deserte dell’ora di pranzo. Ho pensato agli inizi, ai papaveri e a Eurialo, alle cose che cambiano.

Non c’era più l’ombra di una nuvola.

 

 

Piangere in spiaggia

Oh, la settimana scorsa su Abbiamo le Prove è uscita una storia che ho scritto io.

Di quella volta in spiaggia, in cui ero giovane e poi niente.

Un po’ di me è ancora là.

Avevo un costume bellissimo. Ma era tanto tempo fa.

 

Piangere in spiaggia

 

Era la fine dell’estate.
Un’estate calda che ricorderò sempre.
L’estate in cui percorsi in lungo e in largo la Sicilia con un pulmino ed eravamo spensierati e bellissimi come non saremmo mai più stati.
L’estate in cui la mia famiglia fu flagellata da una gastroenterite che mi risparmiò, in cui fui infermiera e cuoca e mia sorella si trasferì a casa mia “per essere più tranquilla” e io un giorno la caricai in macchina con il suo bambino e il suo borsone e li riportai a casa perché non ne potevo più di averli lì.
L’estate in cui comprai un prodotto autoabbronzante che mi diede un colorito quasi irreale.

La mia pelle come un dipinto ad olio.

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Una bolla. (Leggendo “La caduta” di Diogo Mainardi.)

 

Una bolla. Chiusa a chiave.

Quando penso a certi episodi della vita mi capita di non ricordarne nitidamente i contorni. Come se la memoria, di solito buona, li avesse ovattati, o scagliati in una profondità innaturale, per cui, paradossalmente, emergono particolari inutili – un vestito, una frase, un gesto di vent’anni fa – e affondano elementi rilevanti.

Riposano, in una bolla chiusa a chiave.

Pochi mesi fa ho letto quel bellissimo libro che è “La caduta” di Diogo Mainardi.

Era l’inizio di gennaio, un inverno mite alla finestra e, pagina dopo pagina mi lasciavo prendere dal calore di ogni frase, ogni parola che pesavo ed aveva la forza di un macigno, denso ma bello, e lieve, pur scavato nell’abisso del dolore.

Ad un certo punto mi sono fissata su un’immagine in una pagina del libro. Fissavo e pensavo a dove l’avevo già vista. Una scossa improvvisa, come un risveglio.

La bolla, aperta.

Guardavo quell’immagine ed ero lì, tre, quasi quattro anni fa, una vita, un mondo diverso che ho assorbito male, rigettato.

Un caso “delicato”. La scuola primaria, un sostegno.

La paura, il senso di inadeguatezza. Gli occhi di W. Fissi nei miei.

La mia superbia che si infrange contro la mia incapacità.

W. ha gli occhi che parlano. Lei non parla. Lei si muove a malapena.

“Un vegetale” dicono, quelli che non capiscono nulla. W. ha avuto una paralisi cerebrale.

E tu devi insegnare, dedicarti a qualcosa, a qualcuno che non conosci. Non conosci lei, non sai più chi sei veramente.

Lei ride. Capisce, ti guarda.

E spesso ti sbava sulla mano. I primi giorni hai paura, ma poi lavori, ti scoraggi, ridi, ti immergi in quel mondo e quando è finita piangi.

Vorresti non lasciarla mai.

Ma il lavoro è finito e lei avrà un’altra insegnante, più specializzata, sicuramente più brava.

E tu sei già lì che pensi ad altro.

E ora che sono passati tre, quasi quattro anni, sei lì che leggi “La caduta” e senti che tu hai sfiorato quello che da fuori è solo dolore, che dentro è anche gioia, grande.

Tu non sei più quella che eri, sei passata attraverso la caduta e ti ha fatto crescere ma l’hai dimenticata.

Sono passati molti giorni e non ti sei più fatta sentire, non sai nulla di lei, se è cresciuta, se ha imparato quel che tu hai tentato, forse fallito.

All’ultima pagina del libro avevo un nodo in gola. Sentivo che la bolla era aperta, i ricordi liberi, facevano male.

Ho preso il telefono e ho mandato un messaggio.

“Sono Manuela, è da tanto tempo che non mi faccio sentire. Come state?”

La madre risponde immediatamente.

Organizza un incontro.

Sono andata a trovarla, impacciata come un fidanzatino al primo appuntamento. Un regalo nella borsa – cosa regali a una bambina di dieci anni che non conosci più? – e tanta paura.

Era l’ora della merenda e quando sua madre ha aperto la porta e l’ho vista ho capito perché ero lì.

In un attimo, la bolla scoppiata, la mia caduta compiuta, gli anni di insegnamento che pesavano come macigni sulla mia scarsa competenza umana.

W. sorrideva, seduta. Raggiante.

Abbiamo mangiato, scherzato, osservato i suoi quaderni.

Per tutto il tempo mi ha guardato.

Sua madre ha tirato fuori una foto di quattro anni fa, siamo noi due, ridiamo. La foto era molto impolverata.

Continua a guardarmi con curiosità. Devo andare.

 

Quando sono tornata, un tramonto freddo illuminava la strada di casa, le montagne.

Ero stranamente felice.

Ho preso il libro dimenticato distrattamente sul divano e l’ho sistemato nella libreria.

So che non mi ha riconosciuto. Ma a me è bastato riconoscere quei giorni, in lei.

“Saper cadere ha molto più valore che saper camminare” D. Mainardi, “La caduta”, Einaudi, 2013

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