Mercoledì cosmico

Un mercoledì qualunque, assolato.

Arrivi in classe e sai che spiegherai Leopardi. Ti chiedi se a qualcuno arriverà come si deve o se resterà solo “il depresso brutto con la gobba che scriveva poesie” (cit.).

Apri il libro, snoccioli le fasi del pessimismo. Storico, cosmico, eroico.

Si capisce benissimo cosa pensi, che quella vaghezza e malinconia ce l’hai dentro, nascosta, nemmeno troppo in fondo.

Ti fermi un attimo alle illusioni. Chiedi se, per loro, esista realmente la felicità.

“Si può essere felice quando si è a posto con la coscienza”, ” la felicità è un attimo”,  ”sono felice quando riesco a pensare, da sola” (qui si leva un urlo: “sociopatica!”).

Aspetti che lui dica qualcosa. In fondo è per lui che ti sei fermata.

Chissà se sa che tu sai di quel dolore, se intuisce che sai tutto.

Vorresti sentirlo finalmente urlare che la felicità non esiste, così, per chiudere e ricominciare.

Lui ti guarda e sorride, le parole sono lì, al limite. Non riescono a uscire.

Vai avanti. Rimembranza, vaghezza, nichilismo. La siepe.

Tutto, con voi, in quella parentesi di un mercoledì di maggio. Assolato.

Quando finisce l’ora e raccogli i tuoi mille libri e fogli vaganti, un bisbiglio:

” Non è poi così male, ‘sto Leopardi”.

Suona la campanella e te ne vai.

Nei corridoi incontri una collega: ” Sei in forma smagliante”.

” E dire che vengo da un’ora di pessimismo cosmico, fai un po’ te.”

Sogghigni.

Giovedì mattina.

Stamattina ero in riunione, seduta tra i colleghi del Dipartimento di Lettere, gli stessi da mesi, ormai.

Li sentivo parlare di progetti per il prossimo anno, continuità, attività a lungo termine.

Poi ho smesso di ascoltarli e ho iniziato a guardarli muoversi, chi lentamente, chi con trasporto, appassionati o distratti.

E in un attimo mi è sembrato, da fuori, di vedere anche me.

Vestita di nero, gli occhi assonnati, a tormentarmi segretamente le mani.

A capire che ero lì ma già mi mancava tutto.

Strano, che spesso ci manchi ciò che non abbiamo mai avuto, o ciò che abbiamo avuto per poco. O ciò che stiamo vivendo, quando esaurisce la dimensione dell’attesa.

Ancora ci sono immersa e già mi manca tutto, pensavo.

Poi sono uscita e il resto, intorno, ha ripreso a scorrere normalmente.

Fuori c’era un bel sole e un profumo di caffè nell’aria.

Ho messo in moto e ho visto che ero di nuovo in riserva.

Sulla memoria corta, la libertà e i morsi allo stomaco, passando per San Marco.

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“Chi trascura di imparare in giovinezza perde il passato ed è morto per il futuro.” 
Euripide

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Stamattina, al risveglio, non avevo alcuna intenzione di scrivere questo post.

Il cielo coperto, un morso allo stomaco forse causato dal kebab ingollato ieri sera pur di non cucinare, uno strano batticuore. Pensieri.

Il 25 aprile. Oggi scriveremo tutti una frase per ricordare i morti, chi si è battuto per la nostra libertà, c’è chi si impegnerà a ricordare ai giovanissimi l’importanza della Memoria, del ricordo e della riconoscenza.

La memoria, già. Quella cosa di cui il nostro Paese, oggi, mi sembra priva.

Continuo a leggere articoli, post, testimonianze dirette o riportate di un giorno che ha cambiato la nostra Storia.

Poi penso a cosa mi è successo in classe l’altro giorno. Una ragazza e un ragazzo, quasi ventenni, litigavano perchè la ragazza sosteneva che il 25 aprile era l’anniversario dell’Unità d’Italia. E io a sospirare, a rispiegare, a infervorarmi.

A dire che fu, in fondo, un vero ritorno all’unità, alla libertà, contro chi l’aveva distrutta, violata, deturpata. L’inizio di quella grande democrazia in cui abbiamo creduto da sempre.

Ecco.

Poi un’altra ragazza commenta, timidamente: “Io sapevo che il 25 aprile era San Marco, perchè il mio ragazzo si chiama così.”

La guardo, senza parole. Ilarità generale. ” Ma se l’ho appena spiega…”

Se ci penso tutto questo mi fa molta paura.

Paura di un Paese che dimentica, che rischia di rivivere il suo passato, prigioniero della sua memoria corta.

La mente vola subito a quella poesia di Giorgio Caproni che spesso mi torna viva quando penso ai “morti per la libertà”.

Celebrazione

I morti per la libertà.
Chi l’avrebbe mai detto.
I morti.
Per la libertà.

Sono tutti sepolti.

Non volevo scrivere questo post.

Ma il cielo è grigio e la memoria ha bussato.

“Ah, libertà, libertà”.

Buon 25 aprile a tutti.

L’aria non è più come prima. (Su una poesia di Bartolo Cattafi)

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Lo stesso luogo, da sempre.

La vita, uguale.

Ripetiamo per anni gesti tali, rimanendo immobili.

Questo, almeno, pare.

Pensavo a questo, a molte altre cose, quando ho letto alcuni versi di un poeta che mi ha sempre affascinato molto, Bartolo Cattafi (1922-1979).

Siciliano di nascita, milanese d’adozione, Cattafi visse l’ispirazione poetica come bisogno quasi fisico, nato durante la guerra: “Cominciai a scrivere versi non so come, ero sempre in preda a non so quale ebbrezza, stordito da sensazioni troppo acute, troppo dolci. Le mille cose che quella snervante primavera mi proponeva erano magicamente gravide di significati, ricche di acutissime, deliziose radiazioni. Come in una seconda infanzia cominciai a enumerare le cose amate, a compitare in versi un ingenuo inventario del mondo.” e la perpetuò in un percorso travagliato e complesso, fatto di naturalezza e ricerca continua, di solitudine e vitalità.

La fisicità del tratto, della traccia, rende la sua poesia un’esperienza anche sempre “visiva”, che oscilla, nel tempo, dalla potenza del colore alla rarefazione dell’osso, dell’anima.

Dei versi di Cattafi mi rapisce la varietà della ricerca linguistica, del segno, che lascia sempre la sua orma, anche se impercettibile, nel vuoto che spesso non si può arginare.

E cambia tutto. (Come un piccolo taglio, invisibile, ma reale).

Pensavo a questo e ad altre cose, appunto.

A quelle che cambiano, a quelle che rimangono uguali.

Poi ho letto questa poesia.

Gesto

Non è vero che non successe nulla
quando tirasti fuori la mano dalla tasca
e a braccio teso tagliasti l’aria
da sinistra a destra
dall’alto verso il basso
successe che a braccio teso
tagliasti l’aria
e ciò ebbe il suoi peso
l’aria non è più come prima
è tagliata.

“Mordere più che accarezzare…” Amalia.

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Lo so. Sono anacronistica, tendente al tedioso.

Ma oggi, tornando ad un’antica vocazione, ho notato che ricorre l’anniversario di nascita di Amalia Guglielminetti, poetessa che ho conosciuto soprattutto attraverso il riflesso dell’illustre cugino che è stato mio maestro, che tanto la nominava, pur non avendola probabilmente conosciuta (lui nato nel 1937, lei morta nel 1941).

Classe 1881, cent’anni in più di me. Così lontana, Amalia.

Una donna magnetica, inquieta, sensibile fino all’eccesso, con quella “vocazione alla catastrofe” così crepuscolare che la avvolge in un’aura di malinconia tale da sembrare quasi artefatta, irreale. Bella, sola.

Una donna fatale, così libera per il suo tempo, così dimenticata. Inghiottita in un fotogramma immobile che fissa la sua giovinezza in una vicenda di passioni, vissute con Guido Gozzano e Dino Segre, dimenticando i suoi versi, che rimangono per sempre avvinti a quelli dell’amato poeta torinese.

Fosse stata un uomo, chissà.

Moderna la sua idea di poesia, intrisa di Simbolismo, pur strettamente legata alla tradizione, petrarchesca e dantesca soprattutto, moderno il suo ideale d’amore.

Sensuale fino all’audacia, l’amore fu il fuoco a cui votò la sua anima, fino alla solitudine più estrema e disperata. Famose le innumerevoli lettere d’amore a Guido Gozzano, a cui la unì una passione distruttiva e fatale: “E un senso strano ch’io non so dire, ma che non ho mai sentito per altri, una malia, quasi, che è credo, una occulta profonda fraternità, un oscuro legame spirituale che ci unisce anche nostro malgrado. [...]  Nessuno, ti giuro, mi ha mai veduta così spoglia d’orgoglio, così vestita di pura tenerezza.
Tu solo che non mi ami, tu solo che mi sfuggi.”

Inquieta ed aspra, come amò definirsi in una sua poesia, inclusa nella sua seconda raccolta “Le seduzioni” (1909).

ASPREZZE

Aspra son io come quel vento vivo
di marzo, il quale par crudo di geli
ma discioglie la neve su pel clivo.

Vento di marzo che agita gli steli
pigri, scopre vïole in mezzo all’erba,
scompiglia erranti nuvole pei cieli.

Asprigna io sono e rido un poco acerba.

Mordere più che accarezzar mi piace

ed apparir più che non sia superba.

Come il vento di marzo io non do pace.
Godo sferzare ogni anima sopita,
e trarne l’ire a un impeto vivace

per sentirla vibrar fra le mie dita.

Inquieta ed aspra, ma sempre appassionata, percorsa da un brivido, fino all’ultima, intima, constatazione, fino all’ultimo disincanto:

“Non chiedeva né voleva nulla dall’amore. Le bastava di sentirsi qualche volta vicino all’amato, di saperlo solo con lei sola, di lasciarsi avvolgere da quel suo fluido quasi magnetico fatto di voce, di sguardo, di profumo, di tepore.”

Cent’anni in più di me. Amalia.

Così vicina.

“Quasi una mitologia”. I ricordi.

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Penso di avere avuto una vita normale, senza scosse, senza grandi movimenti. Piuttosto ordinaria.

Eppure, spesso, mi capita di ripensare a persone e situazioni del mio passato, remoto o recente, e mi vengono fuori ricordi che, a raccontarli, sembrano surreali.

Forse lo sono solo nella mia testa, anche se non c’è nulla di inventato. Sarà quel meccanismo della memoria che tende a selezionare i dati e a rileggerli con un entusiasmo tipicamente mio. Sarà che mi piace osservare le persone e cercare di studiarle, mettendone in luce i lati bizzarri.

Sarà. Ma intanto ci sono. Persone che ho incontrato, stralci di conversazione, periodi di incontri strani, anche solo di un istante, che hanno cambiato la sorte di alcuni giorni, pur senza mutare nulla.

Situazioni ridicole che porto nei faldoni di una memoria molto sviluppata, da sempre – chi mi conosce lo sa – e che spesso emergono prepotentemente, chiedendo di essere raccontate.

“A volte quando racconta episodi del suo passato mi sembra che parli di un mondo che non esiste, è pazzesco”.

L’altro giorno, una ragazza, ha ribattuto così, spontaneamente, ad uno dei miei piccoli aneddoti che, ogni tanto, nei momenti di stanchezza, o, peggio, nel punto topico di un’ode come il “Cinque maggio”, mi vengono, così, in mente. All’improvviso.

Una volta, un’amica, dopo uno di questi racconti mi disse divertita: “Ti ho fatto raccontare così tante volte questa storia che mi sembra quasi mitologia, ormai”.

Perchè i ricordi sono così. Una volta che uno li riprende, rivivono come se fossero lì, in quel momento.

Sta a noi deciderne la sorte, vedere cosa farne.

I miei?

Quasi una mitologia.

C’è una poesia, molto amara, di Giorgio Caproni, che parla proprio dei ricordi.

Lui dice che non li ama e, in effetti, il problema di avere una buona memoria è proprio quello di non riuscire sempre a liberarsene, a scacciare certi fantasmi che, come in tutte le mitologie che si rispettino tornano a farci visita, anche solo per un attimo.

I RICORDI

“Te la ricordi, di’, la Gina,
la rossona, quella
sempre in caldo, col neo
sul petto bianco, che quando
veniva ogni mattina
a portar l’acqua (eh! il Corallo
allora non aveva ancora
tubazione) lasciava
tutto quello stordito
odore?…E Ottorina,
te la ricordi Ottorina,
la figlia del fiaschettiere
di fronte, che tutte le sere
(pensa! par che abbia preso marito,
lo “scandalo del quartiere”)
su e giù in ciabatte, e senza
calze, così magrolina
(sembrava che avesse sempre
la febbre, tanto le bruciava
la bocca) si sbaciucchiava
- su e giù, lì sul marciapiede!-
col suo bel brigadiere?…
E Italia, di’, quella polpettona
d’Italia, te la ricordi
Italia…”

Ma io i ricordi
non li amo. E so che il vino
aizza la memoria, e che
- lasciato in tavola il mazzo
ancora non alzato – quei tre
avrebbero fino all’alba
(all’alba che di via Palestro
fa un erebo) senza un perché
continuato a evocare
anime…Così come il mare
fa sempre, col suo divagare
perpetuo, e sul litorale
arena le meduse
vuote – le sue disfatte
alghe bianche e deluse.

Scostai la sedia. M’alzai
Schiacciai nel portacenere
la sigaretta, e solo
(nemmeno salutai)
uscii all’aperto. Il freddo
pungeva. Mille giri
di silenzio, faceva
la ruota del guardiano
notturno – la sua bicicletta.

Svoltai l’angolo. In fretta
scantonai nel cortile.

Ahi l’uomo – fischiettai -
l’uomo che di notte, solo,
*nel gelido dicembre*
spinge il cancello e – solo -
rientra nei suoi sospiri…

Giorgio Caproni, da “Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee”, 1960-1964.

Amo novembre. (Sulla primavera che mi fa male e una poesia di Franz Krauspenhaar).

E’ quasi primavera.

Marzo a metà, un sole chiaro e il fresco di qualcosa che sa di attesa, anche se non si sa mai di cosa.

La Primavera mi fa malissimo.

Si schiude in me quel blocco di ghiaccio stabile della vita consueta, delle abitudini del lungo inverno e si spera sempre in qualcosa di nuovo, eccitante, sorprendente, che di norma tarda ad arrivare, o si è perso.

Esplodono le parole, i pensieri, in un fluire incessante di incontri, eventi, tra passato e presente.

Ogni primavera è un sostanziale tempo di bilanci, paradossalmente.

Cambia la pelle. I vestiti si fanno più leggeri.

Si rinnovano i desideri.

E con questi, la voglia di trovare versi nuovi, capaci di colmare il vuoto delle attese.

Così, con questa primavera alle porte, io amo novembre.

Mi spiego.

In questi giorni mi è capitato sotto gli occhi qualche poesia dell’ultimo libro di Franz Krauspenhaar, poeta che non conoscevo.

Incuriosita dal titolo della raccolta, “Biscotti selvaggi” – il linguaggio mi seduce, cosa posso farci – mi ha coinvolto subito la potenza della parola, gli accostamenti spesso azzardati, il ritmo veloce che scorre a perdifiato tra verso e verso.

La chiarezza della composizione è inghiottita da un fluire anche violento che evoca potentemente porzioni di esistenza, anche le meno edificanti. E, a volte, fa quasi male.

Tra i frammenti letti, uno, in particolare, mi ha colpito, per la forza delle immagini, in un’oscura commistione di profondità, disperazione e dolcezza.

“Amo novembre”, appunto, mi ricorda alcune sensazioni degli ieri recenti, le inquietudini di sempre che si ripresentano in questa primavera.

Il mio rincorrere le parole. Il mio aggrapparmi ad esse.

Amo novembre, i fiori recisi e le sue paure,
le nebbie colte come nuovi fiori, i morti
che escono dalle fosse come nuove
e parlano del tempo o di allegrie lontane,
attendo il mio mese di nascita con l’amore
di un corvo per la sua preda, siamo uccelli
da preda dentro voliere immense, nere
come le nostre piume, e l’orrore ci fa nulla,
solletica la nostra vanità. Il mondo è pieno
di bastardi, di gente invidiosa e meschina,
tira fuori il pane e facciamo un po’ di pasta
mentre questi cani assorbono la crema
dei malati al posto loro, coi soldi collettivi,
con la sabbia negli occhi d’un solo popolo.
amo novembre e i suoi primi frescori,
i cappotti che ti scendono addosso prima
che un altro anno sia compiuto, la scuola
iniziata ormai da troppo e il tuo quaderno
già folto di segni di ribellione, di fuga.

Biscotti selvaggi, Franz Krauspenhaar, Marco Saya Edizioni, 2012.

“…perché sapere il mondo è possederlo”

Non scrivo da tempo.

Incombenze, impegni, un guardare il mio essere come da un vetro, lasciando scorrere le immagini della vita come se fosse quella di un altro.

Questo, in alcuni giorni.

In altri, il bisogno viscerale di scendere nel fondo dell’esistenza, senza rispettare necessariamente le regole del gioco, sentirne il vento fresco e il calore improvviso. Un`ansia di vivere che mi tormenta come una spina e mi spinge a rincorrere e volere. Desiderare.

Aggrapparsi alla pelle, percepirne il linguaggio, ascoltare il fruscio del tempo tra i capelli, perdersi per potersi trovare.

Arginare i pensieri.

Tornare a scriverli.

Buonanotte.

“Così dico al mio corpo: non volere

che quello che possiedi e per volerlo

impara che la pace è nel sapere,

perché sapere il mondo è possederlo.”

Patrizia Valduga

“Che cosa tetra e bella”.

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Stamattina mi sono svegliata con un programma molto definito.

Preparare i lavori per domani, studiare, farlo con convinzione.

Ho iniziato a lavorare, mi sono concentrata, tra grammatica stentata ed errori da sanare, un occhio alla Storia, uno sguardo al manuale del concorso dalle date incerte.

Come spesso accade, tuttavia, nei giorni in cui c’è tutto da fare, tutto incombe a dirci cosa è giusto per noi, ho come l’impressione che qualcosa mi si blocchi, dentro, e tiri il freno, improvvisamente.

Ah, ricordo, ho un tempismo orribile. Quando l’obiettivo si allontanerà darò il meglio in rincorsa ed affanno.

Stamane il freno è stato, manco a dirlo, uno di quei versi che, staccati dal contesto, mi è tornato nella mente, in un attimo di vuoto. “Che cosa tetra e bella”.

Che cosa. Tetra. E bella.

Giusta metafora per la Vita, ho pensato. E della Morte.

Fortini, sì, ancora Fortini, che con la sua “Citazione sbagliata” mi accompagna da anni, e penso sia una cosa bella e spaventosa sentire la poesia, quei versi di qualcun altro, accarezzare la mente come qualcosa di profondamente nostro.

Lo dice lo stesso in un’altra poesia, “Altra arte poetica”, del ’57,

“Esiste, nella poesia, una possibilità

che, se una volta ha ferito

chi la scrive o la legge, non darà

più requie, come un motivo

semi modulato semi tradito

può tormentare una memoria.”

In una poesia dedicata a Vittorio Sereni, appunto, quelle parole come una scintilla che per un attimo hanno messo in pausa tutto il resto – Sono fatta male, lo so, me lo ricordano spesso.

In questa poesia, poi, la parola Destino. Che poi io non so nemmeno se credere che esista un destino, non ho mai capito se sia tutto scritto o se quel “libero arbitrio” sia così facile e bello come dicono.

Non credo nelle tappe obbligate, credo piuttosto nelle cose che accadono, per vie anche molto contorte.

E, dunque, in quei versi c’era il destino e c’era la dimenticanza e questa cosa “tetra e bella”.

Come non distrarsi.

Stamattina mi sono svegliata con un programma serio e definito.

Poi, quelle parole. E tutto ciò che ne consegue. Tetro e bello.

Quindi eccola, questa poesia per Vittorio Sereni.

Quasi un regalo, in questa mattina dalla luce forte, bianca.

Come ci siamo allontanati.
Che cosa tetra e bella.
Una volta mi dicesti che ero un destino.
Ma siamo due destini.
Uno condanna l’altro.
Uno giustifica l’altro.
Ma chi sarà a condannare
o a giustificare
noi due?

(Da “Questo Muro”).

Le parole. La notte. I giochi.

Un nuovo anno. Iniziato da pochissimo.

E già intenso. Già complesso, nella sua forma e nei suoi giorni diversi.

Un nuovo anno e parole che si rincorrono nella mente.

Difficili da fermare, alcune impossibili. Troppo concentrate, alcune, evanescenti, altre, evaporano subito dai pensieri.

E rimangono nella mente come gocce. Piccole gocce di poesia.

Molte le sento, disordinate, piacevolmente convulse.

A volte ho tempo di fermarmi ad ascoltarle, ad assaporarne il suono, altre volte rimangono sommerse sotto il carico dello studio, del lavoro, delle pieghe che non so stirare.

Sto leggendo, ricordando molto, mandando a memoria assonanze ed immagini.

Cerco di trattenerle.

Certe volte fatico ad addormentarmi. In questi ultimi giorni è successo un po’ di volte.

Allora faccio un gioco. Penso alle parole dei poeti che ho letto. Le mischio, le trasformo.

E sono nuove. Tutte mie.

A volte sono così stanca che mi addormento al primo verso.

A volte no. Ma questa è un’altra storia.

Accade spesso che ripensi alle parole in notti come queste, in cui la luna è un piccolo sorriso e spunta dal cielo minaccioso, maliziosa.

La notte, un ritrovarsi. A tratti. Come dice questa poesia.

Fai male a star seduta

le pietre sono fredde

sotto la luna – inquiete

vagano le fiammelle

dei cerini – la notte

è un ritrovarsi a tratti

rischiarati da un traffico

di eternità interrotte.

T. Scialoja, da “Le sillabe della sibilla”(1983-1985).

E buon anno di parole a tutti.

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